| Via Cotta-Meneghin (e nostre varianti...) |
D+/TD-, max VI, 11L
sviluppo 300 m |
Quale poteva essere l'epilogo di questa ennesima avventura di un duetto di Gadan se non quello raccontato di seguito?
Se il buon giorno si vede dal mattino, quello del 16 settembre avrebbe dovuto apparirci piuttosto infausto sin dalle prime luci dell'alba...
Dimenticanze varie alla partenza (il casco per il sottoscritto, tanto per citarne una), meteo tutt'altro che favorevole (alla faccia di tutti i modelli previsionali), stanchezza cumulata ed arretrata di entrambi i componenti del manipolo sono alcuni degli ingredienti del cocktail con cui ci avviamo alle soglie del mondo di Sea, terra di magici Elfi e di nebbie perenni.
Una svista all'imbocco del sentiero (dietro al Santuario ometti poco visibili, almeno a noi dalla vista ottenebrata per la stanchezza pregressa...) e indicazioni poco chiare delle relazioni in nostro possesso ci costano faticosissimi ravanamenti nella giungla tropic... nella fitta boscaglia di Sea. Una spiacevole discesa per riprendere la retta via, quindi risaliamo sulla massacrante pietraia, con breve tappa al cospetto del masso di Nosferatu. Ci mancherebbe solo lui a dissanguare le nostre poche energie, per cui cerchiamo di propiziarci le sue simpatie in vista del tetro canale che ci attende a sinistra del Portale degli Elfi...
L'affannoso cammino ci porta faticosamente al cospetto della parete del Nano e finalmente ad un sentiero "vero", con tanto di segnavia, anche se pur sempre un sentiero spacca-gambe. Fino al Gias Leitosa abbiamo una traccia da seguire (20-30 minuti), quindi di nuovo navigazione a vista... che nella nebbia incombente non è proprio cosa facile.
E siamo all'attacco del diedro iniziale (L1, V-), cui segue una lunghezza ancora in diedro un po' più difficile (L2, V).
Dalla cengia le nostre relazioni (ben 3) divergono, per cui scegliamo di attaccare sullo spigolo più basso, incontrando difficoltà fino al VI/VI+ (diedro, poi difficile incastro in fessura e strapiombo di uscita). Seguiamo ancora un breve diedro e rocce più rotte (ed un masso pericolosamente instabile!) fino a ritornare sulla retta via (L4, V-) al cospetto delle due belle fessure della L5: si percorre la fessura di destra con difficile incastro in uscita (V+/VI). L6, facile crestina e placca IV (se non c'è la nebbia a rendere tutto invisibile: per noi infatti un tentativo errato su strapiombino e calata su chiodo marcio...). L7, diedrino (IV+). L8, diedro oppure fessurina da proteggere con nut piccoli (V+/VI).
L9, prosieguo nel diedro (difficoltà crescente), traverso espostissimo e lame (V+), mentre la nebbia si infittisce fino a diventare pioggerellina... un vero piacere!
L10, traverso esposto, diedrino, placca (dire delicata è un eufemismo vista l'umidità) IV+/V.
L11 (ultima), diedro, placca (V ma i passi chiave superati in A0 a causa della pioggia...) e finalmente il termine della via.
Lo scarso materiale presente (una decina i chiodi incontrati sulla via) e la mancanza di soste attrezzate rendono la salita piuttosto impegnativa.
Sono le 19.00 l'oscurità si avvicina, mentre una fitta nebbia ci avvolge in un'atmosfera irreale. Appena il tempo di mettere gli scarponi e mangiare pochi viveri di conforto e di nuovo in marcia verso la cima per cresta erbosa. La fatica è estenuante, ma ansimanti, per tracce di camosci, giungiamo all'ometto che segna il culmine della cresta della Cittadella.
Ancora salita per prati sommitali e roccette fino ad una depressione, dove brancoliamo per un po' come ombre nella nebbia in cerca dei "ripidi prati" (citati dalle relazioni) da cui scendere a valle. Le tenebre incalzano ma la forza di volontà (ed il timore di raffreddarci) ci induce a proseguire la ricerca. Nonostante il buio e la fitta umidità che cala dal cielo imbocchiamo un canale, ripido ma di cui intravediamo la continuazione (sappiamo di salti di roccia da cui tenersi alla larga...). La discesa è resa difficile anche dalla virtualità della nostra salita: non abbiamo mai visto la montagna con il suo ambiente circostante per tutta la salita!
Sono le 21, la stanchezza la vince, insieme al buio pesto ed umido dove le frontali non riescono ad illuminare neppure pochi metri innanzi. Inoltre un breve (così pare) salto di roccia sotto di noi (la classica prova del lancio della pietra non ci fornisce indicazioni rassicuranti...) ci convince a rassegnarci al bivacco. Sarà un bivacco all'insegna dell'umido: nell'aria, nel terreno, sul nostro vestiario, ma soprattutto quello degli scarponi, che si rivelerà una tortura per tutta la notte. Peccato perché il nostro ricovero è davvero accogliente: una balma sotto un immenso roccione, con apertura verso la valle, ma lo scopriremo solo al mattino...
L'alba ci risveglia (si fa per dire...) intorpiditi ma ci regala viste ineguagliabili sui monti di Sea e sulla lontana Levanna.
La fortuna è cieca, come lo siamo stati noi nella sera precedente, che fortunosamente (o sarà fiuto?) abbiamo imboccato il canale giusto portandoci a lato della parete ovest della Cittadella. Ora con qualche girovagare tra ontani e rododendri e brevi disarrampicate nel canalone possiamo chiudere il cerchio e ritornare al cospetto dello sperone Nord da cui siamo partiti 18 ore fa...
Non è finita: la discesa si rivela lunga, interminabile, insidiosa per i massi umidi e scivolosissimi.
Una vera fuga dalle Terre di Mordor, mentre nuovamente le tenebre sembrano voler avvolgere queste lande...
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