| Tre giorni a Finale | 21-23 novembre 2008 |
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Un respiro, tiro un respiro profondo, una sorsata d'aria, chiudo gli occhi, e vedo, vivo quelle gole scavate dall'acqua salata del mediterraneo. Profondi solchi segnati nel mio cuore. Vedo quelle rocce che cambiano colore con le luci del giorno, grigie, ocra, gialle, e tutti quei buchi che tanto ci fanno vibrare.
Rivedo anche quei volti, amici veri e preziosi, compagnie nuove, allievi, amici istruttori, altri meno amici.
In questi tre giorni previsti da qualche tempo, volevamo trarne il meglio, e ci siamo riusciti. Abbiamo arrampicato in svariati settori, tornando un po' sù di livello per chi prima è calato (Il francese di turno, e il nostro Pierin...).
Prima sul Bric Scimarco, vicino ai Tre Frati, in una giornata un po' grigia, ma comunque bella e piena di scherzi, di tiri anche difficili per qualcuno, e di osservazione accurata delle abitudini sessuali degli scarabei finalesi.... Poi sabato, abbiamo ritrovato "la Cesira" appeso sotto uno strapiombo, che stava tallonando tutto il suo possibile per somigliare ad un pipistrello. Quel settore di Rian Cornei ci ha procurato grandi soddisfazioni, e siamo riusciti ad accumulare un discreto numero di tiri. La sera, ci aspettava un altro tipo di performance, con la cena di fine corso. In effetti, anche lì abbiamo alzato il "grado" ed il gomito, e dopo una notte intera di digestione, abbiamo ripreso la strada di Rian Cornei, per andare stavolta nel settore Guru, che per buona parte della giornata è rimasto tranquillo. Al Guru abbiamo svolto l'attività didattica con l'allieva affidataci, e tra una spiegazione e l'altra, finito di stancare le povere braccia e mani tanto provate da quei giorni di scalata. A me è toccato poi tornare in Francia, felice di quei giorni, degli amici cari, Marcello u' piritumane, Piero u' zoppo, Cesare tallona-accoppia-lancia, e Serena, la dolce Serena che non ha fatto altro che lamentarsi tutto il giorno della bruttezza del posto, degli arrampicatori che venivano giù dalle pareti (poco divertente) e del freddo polare. Lascio qui qualche parola buttata con un ordine strano, che vuole solo esprimere un ringraziamento dal cuore a tutti e tutto. Quale gioia profonda puo' nascere dal nulla? Quale cuore potrebbe non sentire con forza
La perfezione d'amore e tutta la potenza
Che ci avvolgono come in una culla?
Persi in una giungla che respira il mare
Abbiamo camminato su sentieri divini
Sulle orme segrete di Frati di calcare
Piegati in ginocchia per attimi eterni,
Riconoscenze dolci per la possente mano
Che li poso' per sempre in un posto di pace.
Le nostre dita fragili hanno toccato rocce
Ricche di ogni vita, e fonti di quel cibo
Che veramente cerca l'anima che ha fame
Di una vita piena. E ci siamo alzati
Sulle scogliere grigie, sulle taglienti lame
Che il vento scolpisce dei suoi rudi fiati.
Abbiamo riso tanto dei nostri corpi buffi
Che troppo cercano di stare sulla terra
E sempre verso l'alto provato nuovi tuffi
In un cielo profondo, nell'amicizia vera.
Parentesi importante. Sfortunatamente siamo stati testimoni di un incidente che avrebbe potuto avere conseguenze molto gravi. Le cause sono chiaramente dovute alla mancanza di attenzione dell'arrampicatore al quale vogliamo augurare una pronta ripresa. Quante volte può accadere che non stiamo attenti al posizionamento della corda rispetto alle nostre grambe? La sua posizione nel rinvio? La nostra posizione durante il moschettonaggio?Ho sentito molti commenti sulla necessita di portare il casco in falesia, e su questo sono in parte d'accordo. Ma come istruttore che in falesia non porta il casco, ci tengo ad insistere su questo punto: Il moschettonaggio nell'arrampicata è il momento più pericoloso in assoluto. Si rischia di volare con la corda in mano, e questo diventa sempre più pericoloso se il rinvio che cerchiamo di raggiungere è tanto più alto di noi. Di regola, insegno sempre a chi va da primo che bisogna avere la protezione a livello del bacino per poter rinviare senza rischiare. Quindi, se si scala in libera, si deve assolutamente dare molta cura al posizionamento di tutti gli arti, e sopratutto della corda rispetto a questi. Se il rinvio è troppo lontano rispetto a noi facciamo un passo in più per raggiungerlo senza problemi. Volare con la corda in mano spesso vuol dire finire a terra. è meglio volare cercando di salire che cercare di assicurarci aumentando il pericolo. Troppe volte la corda si trova dietro alle gambe di chi scala. In caso di volo, quasi certamente si sbatterà la testa. Bisogna sempre tenere la corda davanti ai piedi. La soluzione, PRIMA di mettere il casco, è di imparare ad usare come si deve i materiali che abbiamo. Questi incidenti sono rari, e questo dimostra che il problema non è prima di tutto legato al casco. E' legato alla cura che ognuno di noi prende nell'uso dei materiali. L'arrampicata non si improvvisa senza rischio. |
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| Gadan presenti: Marcy, Piero, Cesare, Jean, l'amica Serena | |