Becca di Monciair 26-27 settembre 2008
Via Normale quota 3.544 m
PD+
dislivello 1.500 m
Freddo pungente di una giornata di fine settembre; d'altra parte siamo a quasi 2000 metri di quota e ormai a quest'epoca l'autunno è iniziato da un po'.
C'incamminiamo sulla bella mulattiera che porta al rifugio Vittorio Emanuele II, prima tra bei larici ancora verdissimi, poi su prati bruciati dal primo gelo. Intorno a noi si stagliano nitide le vette del gruppo: la Punta Fourà chiude il vallone a sud, la Becca di Monciair con la sua cuspide piramidale e la calotta glaciale del Ciarforon sovrastano invece i pendii su cui sale a lente risvolte il sentiero.
Due ore di cammino e siamo al rifugio: quanto sembrano lontani i giorni d'agosto in cui una torma di gente affolla il rifugio. Silenzio ed una solitudine che mette un velo di tristezza dominano il pianoro. Le ore prima della sera trascorrono a rassettare il ricovero invernale, accendendo la provvidenziale stufa a legna e preparando un pasto "alpinistico". Poi lo spettacolo del tramonto che tinge di rosa i ghiacci circostanti ed infine calano le tenebre, un sipario cosparso di miliardi di stelle.
Albeggia, non sono ancora le 7 e siamo già in marcia sulla morena glaciale, direzione sud. Il fondovalle è colmo di nebbie mattutine che tentano di avvolgere il rifugio che ci siamo lasciati alle spalle. La vista mano a mano che saliamo si apre sempre su nuovi scenari montuosi: il Monte Bianco, la Grivola, la regina della Vanoise (la Grande Casse).
Si mette piede sul ghiacciaio di Monciair, tenendosi a debita distanza dai crepacci ben visibili, nonostante lo strato di neve soffice che ricopre tutto. La fatica è elevata a battere la traccia su questa neve farinosa. Zigzagando per evitare una fascia di ripide rocce perveniamo alla cresta e finalmente vediamo l'altro versante: un mare di nebbia da cui emergono solo le più alte vette delle Graie è lo spettacolo innanzi a noi. Pochi istanti per riprendere fiato e si riparte sulla cresta. Ma il cammino è interrotto dopo poco a causa di un pendio ripido reso insidioso dal ghiaccio vivo nascosto da uno spesso stratto di neve incoerente. Occorre proseguire a tiri di corda per limitare i rischi, ma le condizioni "himalayane", con ghiaccio, neve misto a roccia marcia rendono la progressione lenta.
Finalmente abbiamo di fronte il gran gendarme, il dente aguzzo che si staglia netto dal profilo della Monciair e crediamo di essere a un passo dalla vetta: ma così non è.
Un ostacolo costituito da un salto roccioso (coperto di detriti) ci costringe ad una breve doppia. Poi si prosegue sul ripido pendio finale tra neve e roccette, sempre in allerta per il ghiaccio nascosto sotto lo strato nevoso.
Con fatica e notevole dispendio di energia alla fine siamo sul punto culmine, la vetta della Becca di Monciair è nostra.
Le foto rituali e un rapido spuntino impegnano i pochi istanti trascorsi in vetta, poi ci si prepara per la discesa che prevediamo impegnativa.
Ed infatti, causa anche il tempo ora volto al peggio, scendere i pendii di neve e rocce instabili si presenterà assai problematico. La morsa di freddo glaciale ci assale, mentre la nebbia avvolge tutto intorno a noi.
Alcune ore ci occorrono per toglierci dalle difficoltà e tornare a metter piede sul ghiacciaio, dove peraltro l'attenzione non deve calare per evitare di finire nei crepacci.
Poi il lungo, anzi eterno, rientro, ripassando di fronte al rifugio e giù fino alla macchina.
Gadan presenti: Cesare, Piero, Stuart
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